header
Inizio |  Bio |  Discografia |  Live |  Foto |  Strumenti |  Media |  Negozio |  Extra |  Contatti |  Links |  Guestbook |  English | 
 
SCHEDA DEEP PURPLE
luglio-agosto-settembre-ottobre 2004

A cura di GIOVANNI "Perfect Stranger" SALATI

Dopo aver lasciato il suo gruppo hippie, i Flowerpot Men (due discrete “hits” come “Flowers In The Rain” e “Let’s Go To San Francisco” al loro attivo), il tastierista Jon Lord si unisce agli ex-Artwoods, Art Wood (fratello di Ron Wood dei Rolling Stones) e Keef Hartley, portando con sé, dalla propria ex-band, il batterista Chris Curtis (ex-Searchers) ed il bassista Nick Simper.

Entrato come chitarrista, su consiglio di Curtis, l’ex-Outlaws, ed ex-Screaming Lord Sutch, Ritchie Blackmore, quest’ultimo raccomanda come batterista Bobby Woodman (uno dei primi ad usare la doppia cassa) ed il medesimo Curtis, “spostato” dietro il microfono, abbandona la band. Rod Evans, allora con i Maze, prova, quindi, per questa nascente formazione e porta con sé il batterista del proprio gruppo, Ian Paice, che, in tal modo, sostituisce Woodman. Con il nome di Roundabout, questa prima line-up comincia a costruire il proprio repertorio nel 1968, rifacendosi pesantemente, ed anche piuttosto ingenuamente, ai grandiosi Vanilla Fudge e riarrangiando, quindi, “sperimentalmente” “hits” molto conosciute.

Il primo singolo della band, una loro interpretazione del singolo di successo “Hush”, firmato da Billie Joe Royal, fa “il botto” negli USA e vende bene anche nell’Europa continentale ma nel Regno Unito non riceve, invece, grandi consensi come, del resto, gli stessi albums dei Purple di quell’epoca: cioè la formazione nota come “Mark I” (buoni, invece, i riscontri complessivi di vendite extra-britannici, soprattutto oltreoceano). “Shades Of Deep Purple” e “Book Of Taliesyn”, infatti, devono molto, in chiave, ovviamente, qualitativamente minore, allo sperimentalismo “heavy-rock-pomp-sinfonico-psichedelico” dei già citati Vanilla Fudge, mentre con “Deep Purple” c’è più spazio per la fantasia ed il talento compositivo della band. Insoddisfatti per il comunque non certo sconvolgente successo del gruppo, Evans (più avanti nei grandiosi, ma, purtroppo, altrettanto notevolmente sottovalutati, Captain Beyond) e Simper (poi con gli Warhorse) lasciano la band ma, grazie ad un vecchio amico di Blackmore (Mick Underwood, batterista degli Episode 6), vengono reclutati il bassista Roger Glover ed il cantante Ian Gillan (entrambi proprio ex-membri degli Episode 6) e così i Deep Purple “Mark II” esordiscono con “Concerto For Group And Orchestra”, realizzato in collaborazione con la Royal Philarmonic Orchestra del Regno Unito.

Da quel momento in poi, inoltre, l’influsso di Blackmore, teso a limitare le inclinazioni classicheggianti di Lord, diventa preponderante ed infatti, decisamente più chitarristico dei propri predecessori, l’album “In Rock” si configura come un assolutamente imprescindibile caposaldo dell’hard-rock, conseguendo un enorme successo, anche nel Regno Unito (anche sulla scorta di “super-classici” come, per esempio, “Child In Time”), mentre la “purplemania” comincia a dilagare ovunque, anche grazie agli ottimi riscontri ottenuti dal singolo “Black Night”. Con “Fireball” e “Machine Head”, gli album successivi, la qualità della produzione artistica dei Nostri continua ad esprimersi ad eccellenti livelli e, quando Ian Gillan interpreta Gesù nell’ambito del musical “Jesus Christ Superstar”, il nome della band, ormai già notevolmente conosciuto ovunque, lo diventa ancor di più, toccando, poi, il proprio apice, in termini di fama, in occasione dell’uscita del fantasmagorico live “Made In Japan” a seguito del quale, però, hanno inizio i primi contrasti interni al gruppo dovuti, in primo luogo, ad una situazione di stanchezza complessiva, a sua volta causata da una, fino a quel momento, stressantissima ed intensissima attività artistico-professionale. Dopo il deludente “Who Do We Think We Are”, infatti, se ne vanno prima Gillan (al fine di perseguire una propria carriera solista) e poi, più tardi, Glover (in quel momento maggiormente interessato ad intraprendere la strada di produttore).

Il nuovo cantante è David Coverdale (ex-Fabulous Brothers), come bassista viene reclutato l’ex-Trapeze Glenn Hughes e “Burn”, primo album firmato dalla nuova line-up (vale a dire dai Purple “Mark III”), segna, sulla scorta dell’hard-rock, del blues e del funk (e quindi in una “forma sonora” parzialmente differente da quanto dai Nostri proposto in precedenza), un esplicito ritorno ai fasti qualitativi del passato, in primo luogo per Blackmore che, però, non gradirà affatto la immediatamente successiva svolta, ancor più blues e funk, patrocinata da Hughes, sul comunque validissimo “Stormbringer”, e che, dopo aver presentato come suo successore Tommy Bolin, nel maggio del 1975 lascia i Purple e fonda i Rainbow. I così configuratisi Deep Purple “Mark IV”, però, non vanno oltre un album di studio, “Come Taste The Band”, con un Bolin colonna portante di un gruppo che, pur non certo così in ribasso come, allora, i più ritennero, si scioglie nel marzo del 1976.

Di lì a poco, Lord si vota alla carriera solista e registra un album con Ian Paice; gli altri ex-componenti della band riappariranno, non molto tempo dopo, negli Whitesnake (capitanati da David Coverdale); Hughes, dal canto suo, torna con i suoi Trapeze, mentre Bolin, dopo, tra l’altro, “Teaser” del 1975 e “Private Eyes” del 1976 (i suoi due album solisti), morirà, a breve, a causa di un uso smodato di droghe ed alcool. La costante immissione sul mercato di antologie, live albums, e così via (ed il continuo successo riscosso dal suddetto materiale), testimonia esplicitamente la persistenza e l’importanza di una diffusa “voglia di Purple” fra gli estimatori del rock, e non solo di quello più duro, la quale, unita al decrescente successo dei singoli progetti solisti degli ex-membri della band, sfocia in una attesissima reunion, quella del quintetto più “classico”, nel corso della prima degli anni ’80.

“Perfect Strangers”, il disco del ritorno, ci mostra i Nostri in grande spolvero creativo-esecutivo ed abilissimi, fra l’altro, nell’attualizzare, per gli anni ’80, il loro sound più consolidato, mentre il seguente “The House Of Blue Light”, pur valido, di sicuro non strabilia. L’ennesimo tour mondiale di lì a poco intrapreso, offre materiale adeguato per l’ottimo live “Nobody’s Perfect” promosso, prima di tutto, dal singolo-“vecchia conoscenza” “Hush”, unico pezzo dell’album registrato in studio. Uscito Gillan nuovamente dalla line-up (sempre difficilissimi i rapporti di tutti i membri del gruppo con l’incostante ed estremamente umorale Blackmore-soprattutto quelli proprio di Gillan), si vocifera, tra i possibili candidati a sostituirlo, di Lenny Wolf (Kingdom Come) e Terry Brock (Strangeways) ma, alla fine, la scelta cade sull’ex-Rainbow Joe Lynn Turner (Deep Purple “Mark V”) con il quale la band incide il probabilmente eccessivamente radiofonico “Slaves And Masters”.

L’afflusso sul mercato di antologie e “live albums” firmati dai Purple non cessa affatto (e non è ancora affatto cessato), mentre, sul fronte delle novità in studio, i Nostri, ripresentatisi con la line-up più classica, danno alle stampe, nel 1993, l’aggressivo “The Battle Rages On”. I rapporti fra Blackmore e Gillan, però, si rivelano nuovamente ingestibili ed entrato al posto del primo l’ultratecnico Steve Morse (tra gli altri, ex-Dixie Dregs ed ex-Kansas), i Purple “Mark VII” (se avete notato l’assenza della formazione “Mark VI”, sappiate che non si tratta di un errore, leggete, invece, oltre per ulteriori dettagli) si segnalano per i “raffinato-sperimentali” “Purpendicular” (1996) ed “ABandOn” (1998), mentre, ritiratosi dalle scene Jon Lord (anche a seguito di problemi al ginocchio) alla metà del 2001 e sostituitolo, prima provvisoriamente e poi stabilmente, con l’altrettanto “veteranissimo” tastierista Don Airey (tra l’altro, ex-Ozzy Osbourne band), i Nostri (“Mark VIII”), nel 2003, hanno fatto uscire l’interessante e diretto “Bananas”.
Studio-Discografia Essenziale, a parte “Made In Japan”, con commento relativo ai soli titoli dal sottoscritto ritenuti “assolutamente imperdibili”:
Shades Of Deep Purple-1968- Book Of Taliesyn-1969-
Deep Purple-1969-
In Rock-1970-
L’album che segna l’esplosione della band nel Regno Unito. Il gruppo segue Blackmore nella realizzazione di un capolavoro assoluto che si candida autorevolmente, in ristretta ma qualitativamente elevatissima compagnia, alla corona di “disco definitivo di hard-rock”. Niente di simile era mai stato possibile ascoltare, fino a quel momento, e l’estrazione classica di Lord e Blackmore, primi musicisti rock forti di un simile bagaglio, si sente, e come! Su tutte, la spettacolare cavalcata di “Speed King”, la prestazione da brivido di Gillan su “Child In Time”, gli intrecci strumentali di “Flight Of The Rat” e la furia di “Hard Lovin’ Man”.
Fireball-1971-
Meno monolitico di “I.R.” ma altrettanto valido nel suo accentuato sperimentalismo. A partire dalla iniziale title-track (sugli scudi la doppia cassa di Paice), fino alla conclusiva e progressiva “No One Came”, ci si inoltra in un caleidoscopio hard-rock a tratti funk-blues (“No, No, No”) e country (“Anyone’s Daughter”). In “Fools”, è Blackmore a duettare con il violoncello, mentre “The Mule” (anche e soprattutto dal vivo) costituisce il viatico ideale per un Paice letteralmente maestoso.
Machine Head-1972-
Il disco più venduto della band e quello, probabilmente, con le canzoni più celebri. Tra le altre: “Highway Star”, “Lazy”, “Space Truckin’ ” e, soprattutto, “Smoke On The Water”, ovvero il riff più noto della storia del rock (non solo hard). Ed è proprio l’estrema perizia creativa ed esecutiva, che ne caratterizza le canzoni, a renderlo in grado di competere agevolmente con un altrimenti più devastante “I. R.” ed uno più “sperimentalmente migliore” “Fireball”.
Made In Japan-1972-live-
Certamente, uno dei migliori live della storia del rock. Registrato in tre notti d’estate in Giappone (splendida la produzione di Martin Birch che, inoltre, non usò sovra-incisione alcuna), eccelle dalla prima all’ultima nota e ci offre una prova assolutamente rovente a base di spettacolari duelli fra chitarra ed organo, di favolosi “gorgheggi Gillan-iani” e di una sezione ritmica demolitrice. “Highway Star”, “Child In Time”, “Smoke On The Water”, “The Mule”, “Strange Kind Of Woman”, “Lazy” e “Space Truckin’ ” (conclusiva e lunghissima) fanno di quest’album un muro sonoro di feeling e tecnica, sudore ed improvvisazione.
Who Do We Think We Are-1973-
Burn-1974-
Il primo capitolo dell’era Coverdale-Page segna una chiara svolta nel sound dei Purple, attraverso l’immissione di ulteriori forti dosi prima di tutto di blues, ma anche di funk, all’interno di un’intelaiatura di stampo classicamente hard rock. E l’innesto riesce in pieno: si ascoltino, per esempio, pezzi come “Mistreated”, “Lay Down Stay Down”e “What’s Goin’ On Here”. A farla veramente da padrone, però, è la title-track, forse la canzone più bella che la band abbia mai scritto, contraddistinta dal devastante tappeto ritmico di Paice e Glover, da un riff storico, da un’epica interpretazione dei due cantanti e da una coppia di assoli, neo-classicheggianti, da antologia.
Stormbringer-1974-
La title-track, “Lady Double Dealer” e “Soldier Of Forutne” si fanno particolarmente ben notare all’interno del più ampio contesto generale di un ottimo album che ci mostra una band in grande spolvero e forte di un solidissimo impasto sonoro fatto di hard-rock, blues e funk.
Come Taste The Band-1975-
L’ingresso di Tommy Bolin sposta le direttive stilistiche del gruppo ancor più verso l’elemento blues-funk. La band è irriconoscibile, sia nel sound che nella line-up, ma l’ultimo colpo di coda di un ormai quasi ex-gruppo, comunque grandissimo, non è affatto male; sia dal punto vista dei pezzi più in linea con la “tradizione” (“Lady Luck”) che sotto il profilo di quelli maggiormente rispondenti al “nuovo corso” (“Getting Tighter”).
Perfect Strangers-1984-
Blackmore, Gillan, Glover, Lord e Paice tornano, nel nome dei “veri” Purple, a far splendere il nome di una band fondamentale. Lord è nuovamente protagonista (“A Gypsy’s Kiss”), Blackmore macina riffs ed assoli da par suo (“Knocking At Your Backdoor”, “Wasted Sunsets”), Gillan canta con cuore e classe. Fantasmagorica, poi, la “kashmir-iana” title-track.
The House Of Blue Light-1987- Slaves And Masters-1990-
The Battle Rages On-1993- Perpendicular-1996-
ABandOn-1998- Bananas-2003-


Le varie formazioni dei Deep Purple e gli “albums” di studio da esse realizzati:

  • MARK I-“Shades…” (1968), “…Taliesyn” (1969), “D.P.” (1969)
  • MARK II- “In Rock” (1970), „Fireball“ (1971), „Machine Head“ (1972), “Who Do…” (1973)
  • MARK III-“Burn” (1974), “Stormbringer” (1974),
  • MARK IV-„Come Taste…” (1975)
  • MARK IIb-“Perfect…” (1984), “House Of…” (1987)
  • MARK V-“Slaves...“ (1990)
  • MARK IIc-„…Battle…” (1993)
  • MARK VI-nessuna registrazione in studio-
  • MARK VII-Purpendicular” (1996), “ABandOn” (1998)
  • MARK VIII-“Bananas” (2003)



  • DP MARK I (4/68-6/69)
    R.Blackmore (guit), R.Evans (vox), J.Lord (keys), I.Paice (bt), N.Simper (bs)
  • DP MARK II (6/69-30/6/73)
    Blackmore, I.Gillan (vox), R.Glover (bs), J.Lord, I.Paice
  • DP MARK III (10/73-5/4/75)
    Blackmore, Lord, Paice, D.Coverdale (vox), G.Hughes (bs+vox)
  • DP MARK IV (1975-7/76)
    Lord, Paice, Coverdale, Hughes, T.Bolin (guit)
  • DP MARK IIb (4/84-4/89)
    Reunion, come MK II
  • DP MARK V (autunno 89-autunno 92)
    Blackmore, Glover, Lord, Paice, Joe Lynn Turner (vox)
  • DP MARK IIc (autunno 92-17/11/93)
    Re-reunion, come MK II
  • DP MARK VI (dicembre 93-7/94)
    Gillan, Glover, Lord, Paice, J.Satriani (guit). Esistita solo per i tour giapponese ed europeo della prima metà del 1994, questa line-up non ha registrato alcunché in studio.
  • DP MARK VII (11/94-2/02)
    Gillan, Glover, Lord, Paice, S.Morse (guit.)
  • DP MARK VIII (3/02-oggi)
    Gillan, Glover, Paice, Morse, D.Airey (keys.)


Alcuni “Tribute-Albums” dedicati ai Purple: Fra i molti, vi segnalo
1) “Smoke On The Water. A Tribute” (1994). Partecipano fra gli altri, ed omaggiando i Nostri in modo, peraltro, piuttosto fedele: D.Castronovo, J.Johansson, R.Beach, D.Dokken, P.Gilbert, R.Kotzen, Y.Malmsteen, V.Moore, J.Norum, J.Scott Soto e K.Winger, M.Varney;
2) “Black Night. DP according to NY” (1996). Partecipano fra gli altri, omaggiando i Nostri in maniera, invece, “hard’n’funk”: W.Calhoun, C.Glover, R.Kotzen, Y.Malmsteen, V.Moore e S.Salas.

Inoltre:
  • A) I vari artisti legati, più o meno strettamente, ai Nostri hanno peraltro, al loro arco, le frecce di notevoli discografie personali-soliste che, quindi, vi invito a (ri-)scoprire non soltanto in relazione a Blackmore, Gillan, Glover, Lord, Morse, Paice ed Airey ma anche, fra gli altri, per quanto concerne Bolin, Coverdale, Evans, Hughes, Satriani, Simper e Lynn Turner.
  • B) Alcuni esempi di gruppi e/o artisti solisti che hanno “coverizzato” pezzi dei DP sono, ad esempio: Axel Rudi Pell (“When a blind man cries”), Loudness (“Speed King”), Primal Fear (“Speed King”), Venom (“Speed King”), Riot (“Smoke on the water”, “Burn”), D.Theater (“Pictures of home”), R.J.Dio (“Mistreated”) e Metal Church (“Highway Star”).
  • C) Alcuni esempi di pezzi che i DP hanno “coverizzato” sono, ad esempio, “Help” (Beatles-1965, su “Shades…”), “I’m so glad” (Skip James-1931, su “Shades…”), “Kentucky Woman” (Neil Diamond-1967, su “Book Of…”), “River Deep Mountain High” (Phil Spector/Ike+Tina Turner-1966, su “Book Of…”).

 
Tutte le copertine e le foto sono di proprietà dei rispettivi proprietari. Tutto il resto
© 2019 markopavic.com
 |  Cookie policy