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SCHEDA Hendrix
Dicembre 2002

A cura di GIOVANNI "Voodoo Chile" SALATI

Un esempio luminoso per tutto il mondo del rock, hard e non. Una tecnica notevolissima, certo, ma anche, e probabilmente soprattutto, una fantasia “improvvisatoria” ed un gusto esecutivo letteralmente strabilianti per una intensissima miscela di soul, R+B, R+R e divagazioni “lisergico/psichedelico/quasi free-jazz” all’insegna tanto di un uso fino a quel momento inaudito di “feedbacks”, rumori distorti vari e “wah-wah” quanto di una forza d’urto live che avrebbe fatto scuola tra distruzioni di strumenti, incendi di chitarre e simulati amplessi con le stesse. Un “magnetismo personale” ed una presenza scenica assolutamente fuori del comune, i cui ipnoticissimi effetti si esplicarono al meglio in occasione degli ormai celeberrimi concerti tenuti all’interno degli altrettanto celeberrimi festivals di Woodstock e Monterey. Il bassista degli Animals, Chas Chandler, portò il prodigioso chitarrista/cantante statunitense nel Regno Unito e lì quest’ultimo, con Noel Redding (basso) e Mitch Mitchell (batteria), fondò la Jimi Hendrix Experience il cui primo album, “Are You Experienced?”, uscì nel 1967 sulla scorta dell’imponente successo europeo riscosso dai singoli “Purple Haze”, “Hey Joe” (scritta nel 1966 dal futuro Quicksilver e recentemente scomparso Dino Valenti) e “The Wind Cries Mary” (tutti pezzi singoli assolutamente da avere accanto alla versione “hendrixiana” di “Wild Thing” ed a “Spanish Castle Magic”! Vi sembra un caso se “Sua Maestà” Y.J.Malmsteen ha inserito una propria versione di quest’ultima track all’interno del suo “Trial By Fire. Live In Leningrad”?).

Il gruppo si fece notare, oltre che per la qualità della musica da esso proposta, anche per un sound potente ed incisivo che contribuì non poco, oltre all’eccentricità sia professionale che privata di Jimi, a fare di Hendrix un’icona giovanile fra le più amate, soprattutto durante il momento culminante della contestazione giovanile planetaria (seconda metà degli anni ‘60/prima metà degli anni ’70). Più pacato, rispetto ai “furori” dell’esordio, è l’Hendrix di “Axis: Bold As Love” (1968) ma non, per questo, meno creativamente ispirato e meno “chitarristicamente ingegnoso”. Assolutamente fantastico, poi, il doppio “Electric Ladyland” del 1968 (ad esso parteciparono anche musicisti esterni alla J.H.E. come Jack Casaday e Steve Winwood-Traffic, Blind Faith, solo artist) seguito, dopo due anni intensissimi sotto il profilo tanto professionale quanto privato/personale, da “Band Of Gypsies” (live 1970), registrato con Buddy Miles (batteria) e Billy Cox (al basso). Sempre nel 1970, i nel frattempo riformatisi Experience ultimeranno tanto “Cry Of Love” che “Rainbow Bridge” i quali, però, concepiti inizialmente come due parti di un doppio album che si sarebbe dovuto intitolare “First Rays Of The New Rising Sun”, vedranno la luce solo dopo la morte di Hendrix, avvenuta il 18-9-1970 a causa degli effetti letali, appunto, di una esiziale combinazione di sonniferi/barbiturici, alcool e chissà cos’altro.

A seguito del nefasto evento, che ha non poco contribuito a facilitare la “beatificazione” di Jimi all’interno dell’ “Olimpo del Rock”, è iniziata, e non è a tutt’oggi ancora terminata, quella che sembra essere un’infinita pletora di pubblicazioni di raccolte, demos e studio/sessions ed esibizioni dal vivo che, oltre ad essere caratterizzata da pochissime o da nessuna novità (ovviamente…), e quindi da scopi meramente speculativo/commerciali, rende, oltretutto, sicuramente molto poco comodo, e molto poco utile, stilare una discografia anche soltanto “semi/ufficiale” di Hendrix: un artista, però, senza il cui imprescindibile e fondamentale contributo il rock, sia hard che non, non avrebbe certamente assunto quelle attuali fattezze che a noi oggi appaiono tanto familiari. Ad ogni modo, quello che, ad avviso di chi scrive, sembra essere il titolo più importante della discografia “hendrixiana” post/1971 è l’ottimo “Live At Winterland”, uscito nel 1987.

DISCOGRAFIA (essenziale)
“Are You Experienced?” (1967)-
Un album fenomenale. Il “groove” di “Foxy Lady”, la carica di “I Don’t Live Today” e la psichedelìa hard-rock-blues della title-track e soprattutto di “Third Stone From The Sun” rendono il primo capitolo della storia della J.H.E. un vero e proprio classico. Da avere!
“Axis: Bold As Love” (1968) -
Calano la forza d’urto e l’impatto degli Experience ma non l’altezza della loro ispirazione creativo/esecutiva. Ascoltare “If 6 Was 9” ma soprattutto “Castles Made Of Sand” e “Little Wing” per credere.
“Electric Ladyland” (1968) -
Un doppio album splendido del quale lo “space hard-rock-blues” di “1983”, la freschezza e l’immediatezza di “Crosstown Traffic” e l’ispirazione di “Voodoo Chile” (forse la “Jimi-track” per eccellenza?) costituiscono i momenti migliori.
“Band Of Gypsies” (live 1970) –
Siamo sempre su livelli molto alti ma, probabilmente, la decadenza di Jimi causa stravizi (una decadenza prima di tutto fisico-psichica) è già cominciata. Prova tangibile di quanto appena sostenuto è “Machine Gun”: una track in occasione della quale l’improvvisazione “hard-rock/blues/psichedelico/quasi free-jazz” che lo ha sempre contraddistinto sembra scadere in un delirio logorroico.
“Cry Of Love” (1971) –
Un disco di piacevole “soul/(hard)rock” (“Ezy Rider”, “Astro Man”, “Angel”). Più che buono (senza dubbio!) ma non memorabile.
“Rainbow Bridge” (1971) –
Un Hendrix “strano” ma molto “avvincente” in quanto cupo e “primitivo” come mai fino a quel momento. (“Room Full Of Mirrors” su tutte).
 
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