header
Inizio |  Bio |  Discografia |  Live |  Foto |  Strumenti |  Media |  Negozio |  Extra |  Contatti |  Links |  Guestbook |  English | 
 
SCHEDA JUDAS PRIEST
Maggio-Giugno 2004

A cura di Giovanni “The Green Manalishi With The Two-Pronged Crown” Salati

1) -DALLA FORMAZIONE DELLA BAND A “ROCKA ROLLA”- Senza aclun’ombra di dubbio da annoverare fra i precursori e, successivamente, fra i “portabandiera” più rilevanti, tanto dei “clichès” (fiamme, “choppers”, pelle nera, borchie...) quanto delle caratteristiche dai più ritenute come le migliori (“grandiosità complessiva”, melodia, potenza, tecnica) dello stile musicale noto come “heavy metal”, i Judas Priest occupano, nell’ambito del suddetto universo artistico (e non solo), un posto di assoluto primo piano. La band nasce a Birmingham (UK) nel settembre del 1969 quando Al Atkins (voce) e Bruno Stapenhill (basso) danno vita ad un gruppo il cui nome, Judas Priest appunto, è scelto da Bruno prendendo spunto da una canzone di Bob Dylan intitolata “The Ballad Of Frankie Lee And The Judas Priest”. K.K.Downing (chitarra) si propone poco dopo come axe-man della neonata formazione ma viene inizialmente scartato (!?!?!?) per “insufficiente esperienza” da una band già scioltasi nel successivo 1970. Alla fine del medesimo anno, però, i medesimi Atkins e K.K. si rincontrano nei Freight nei quali il secondo milita già da un po’ (assieme a Ian Hill al basso ed a John Ellis alla batteria), e dei quali il primo, fatto il proprio ingresso come cantante, riesce a mutare il nome in, guarda caso, Judas Priest.

2) -GLI ANNI ’70: I PRIEST PIU’ OSCURI E COMPLESSI - A seguito di una di lì a poco avviatasi ulteriore serie di defezioni a catena, saranno Hill e Downing a riesumare, nel settembre del 1973, i nel frattempo ri-scioltisi Judas Priest assoldando Rob Halford (voce) e Glenn Tipton (ex-Flying Hat Band, chitarra ritmica) ed a tentare una rielaborazione personale dei frattanto già affermatisi concittadini Black Sabbath. Gli sforzi dei Nostri, alla fine coronati dall’immissione sul mercato del loro primo album, intitolato “Rocka Rolla” (1974) ed inciso per la “Gull Rec.” con John Hinch alla batteria, non colpiscono però in maniera decisiva, anche sulla scorta della certamente rivedibile produzione di Roger Bain (già mentore dei Black Sabbath). Nonostante le scarse vendite del loro esordio, i Judas Priest hanno però ancora una seconda possibilità a loro disposizione (con Alan Moore alla batteria) e “Sad Wings Of Destiny” (1976) segna un netto miglioramento rispetto all’album precedente: cupe le chitarre, massicce le ritmiche ed intensa la voce di Halford per un disco ottimo ed intriso di atmosfere “doom”. Dopo una felice partecipazione al festival di Reading che, tra l’altro, non poco contribuisce all’ approdo dei Nostri presso la prestigiosa casa discografica CBS, il successivo “Sin After Sin” (1977) “rompe il ghiaccio” nel Regno Unito, grazie anche alla felice produzione di Roger Glover (Deep Purple), mentre la “cover” di “Diamonds And Rust” di Joan Baez è il primo singolo da classifica per la band. Alla batteria, come “session man”, c’è nientemeno che Simon Phillips (ex-Jack Bruce Band, ex-Jeff Beck e successivamente, fra gli altri, con i Toto) ma il batterista “vero”, per ora, è Les Binks che suonerà sui tre dischi seguenti. “Stained Class” (1978) e “Killing Machine” (1978), quest’ultimo uscito negli Stati Uniti come “Hell Bent For Leather” e con un brano in più al suo interno (la “cover” di “The Green Manalishi With The Two-Pronged Crown” dei Fleetwood Mac), seguono la scia di “Sin After Sin”: votati come sono, infatti, ad un “heavy” mozzafiato fondato sull’interazione fra le due chitarre ora entrambe soliste, alla luce della relativa “svolta” effettuata in questa direzione anche da Glenn Tipton. La registrazione di alcuni concerti tenuti dai Judas Priest in Giappone viene immessa sul mercato, sotto forma di album dal vivo, con il titolo di “Unleashed In The East” (1979): un magnifico “live album” ottimamente prodotto da Tom Allom (con l’aiuto di Neil Kernon) che, da quel momento in poi, accompagnerà a lungo la band e la confermerà nel proprio “sound”, ovviamente, “super-metallico”.

3) -1980/1990: DA “BRITISH STEEL” A “PAINKILLER”. L’ESPLOSIONE DEFINITIVA DEI PRIEST IN NOME DEL METAL PIU’CLASSICO, POTENTE E DIRETTO- All’avvento della “New Wave Of British Heavy Metal”, i Priest “rispondono” con lo splendido e celeberrimo “British Steel” (1980) per le registrazioni del quale farà il proprio ingresso in formazione, per restarvi per 10 anni, il batterista Dave Holland. La mossa seguente dei Nostri, “Point Of Entry” (1981), non riscuote, invece, grande successo, soprattutto sulla scorta di un’opzione qualitativamente indiscutibile ma probabilmente eccessivamente “levigata” ed orecchiabile dal punto di vista sonoro. Il tentativo, in tal modo programmato, di conquistare il mercato statunitense riuscirà così soltanto in occasione dell’uscita del seguente, ed eccellente da ogni punto di vista, “Screaming For Vengeance” (1982). Due anni dopo è la volta di “Defenders Of The Faith” (1984), altro “stra-mega-classico” accanto a “B.S.” e “S.F.V.”, al quale segue il controverso “Turbo” (1986): secondo molti, e non affatto a torto, eccessivamente contraddistinto dall’uso delle chitarre sintetizzate e sovraccarico di effetti. Il lato “tagliente” dei Nostri si riaffaccia però prepotentemente ed immediatamente con il doppio “Priest…Live” (1987), mentre è il successivo “Ram It Down” (1988) a confermare la pienamente ritrovata “salute compositiva” del gruppo. Dopo esser stati chiamati in causa da un tribunale statunitense per la morte di due loro giovani fans e dopo esser usciti da questa “odissea giudiziaria” perfettamente immacolati (in maniera del tutto delirante, l’accusa aveva sostenuto che la band fosse direttamente responsabile di quanto appena sopra visto che “i due ragazzi in questione sarebbero stati spinti a suicidarsi dall’ascolto ripetuto di ‘Stained Class’ ”…), i Judas Priest fanno uscire nel 1990, con l’ex-Racer X Scott Travis alla batteria, il devastante “Painkiller”: uno dei loro migliori albums (accanto a “B.S.”, “S.F.V.” e “D.O.T.F.”), se non il loro preferibile in assoluto.

4) -I PRIEST DI OGGI: FRA CAMBI DI FORMAZIONE, PROGETTI ESTEMPORANEI, CARRIERE SOLISTE, TIRBUTI, CRISI COMPOSITIVE E RITORNI ECCELLENTI - Destando non poca sorpresa, Halford esce dalla band, siamo agli inizi degli anni ’90, al fine di perseguire una carriera di stampo, prima, maggiormente “grunge-modernista” (dando vita ai Fight) e, successivamente, più orientata in direzione “electro-quasi-industrial” (con i suoi Two). A differenza di quello coevo di Dickinson dai Maiden (comunque non certo totalmente indolore), lo “split” di Rob dai Priest trabocca acrimonia toccando, probabilmente, il proprio apice in occasione delle dichiarazioni del Nostro circa l’ “heavy metal” come genere musicale “ormai finito”. Esternazioni di tal fatta costituivano, del resto, merce tutt’altro che rara nel corso del periodo “funesto” 1992/3-1997/8 (più o meno…). Come non ricordare infatti, a tal proposito, il Dickinson della “fase-Skunkworks” o i Metallica “fans” degli Oasis ai tempi, ad esempio, dell’uscita di “Load?” Chiaramente sia i “Quattro di San Francisco” che Bruce e Rob, con il “ritorno” del metal della fine degli anni ‘90, hanno rapidamente fatto marcia indietro: i Metallica, però, fallendo miseramente, mentre i due “singer”, prima di rientrare nelle “formazioni di appartenenza” sono passati attraverso “seconde fasi soliste” caratterizzate, a differenza delle prime (e soprattutto per quanto concerne Dickinson coadiuvato da Adrian Smith), tanto da una chiara “sterzata sonora verso la tradizione” quanto da un netto rialzo qualitativo. I Priest, nel frattempo, messisi alla ricerca del degno sostituto di Rob e trovatolo, attorno alla metà del decennio appena trascorso, nello sconosciuto ma validissimo statunitense Tim “The Ripper” Owens (anche se non esattamente il massimo in fatto di originalità/personalità vocali, probabilmente soprattutto a causa di una “formazione artistica” spesa per lo più a militare in una “tribute-band” dei Judas), danno alle stampe, dopo essere stati omaggiati dal validissimo tributo “Legends Of Metal” (del 1996) e dopo l’ “escursione solista” di Tipton del 1997 (“Baptizm Of Fire”), due ottimi titoli dal vivo (“Meltdown” del 1998 e “Live In London” del 2003-impeccabili ambo le “performances” da parte di tutta la band, Owens incluso) e due discutibili album in studio (“Jugulator” del 1997 e “Demolition” del 2001), caratterizzati, questi ultimi, da un complessivamente non riuscito tentativo, peraltro decisamente poco apprezzato anche dalla gran parte dei fans, di innestare la “cosiddetta modernità” del metal anni ’90 all’interno del collaudatissimo e tradizionalissimo “canovaccio artistico” che i Nostri hanno da sempre fatto proprio. In un impressionante quanto ironico parallelo (Tipton e Downing, che non hanno mai avuto grande stima per la “ciurma” capitanata da Harris, ne ripercorrono, per di più in negativo ed in ritardo, le in quel momento, peraltro, di certo non eccelse gesta…) con quanto vissuto dalla “quasi-meteora Balze” nei Maiden (il calo però della “Vergine Di Ferro”, per quanto pronunciato, non credo sia paragonabile a quello dei Priest), Tim, pur professionalmente inattaccabile, resta con la band solo fino al 2003 costretto ad uscirne poi, per accasarsi con gli Iced Earth (mentre Blaze si destreggia dignitosamente con una propria carriera solista), in quanto sacrificato, più o meno proprio come Bayley, sull’altare del “ritorno” del metal e della necessità, da parte Tipton e Downing, da un lato, come di Halford, dall’altro (per i Maiden, lo stesso dicasi per Steve, da un lato, come per Bruce ed Adrian Smith, dall’altro), di sfruttare questa nuova “onda positiva” onde rimettere definitivamente in carreggiata carriere non più fulgide come in passato. Del resto, e l’ironia, inoltre, aumenta sempre più, i Maiden “rinati” hanno dato alle stampe un ottimo “Brave New World” (2000) ed uno splendido “Dance Of Death” (2003). Perché, quindi, non fare in modo che anche i Judas Priest realizzino la loro “rimpatriata”? Staremo, dunque, a vedere, e soprattutto ad ascoltare, i risultati artistici del “ritorno dei veri Judas” i quali, nel frattempo, hanno annunciato sia l’uscita, nel corso del mese di maggio del 2004, per lo meno di una loro “mega-retrospettiva” (atta a celebrarne il trentennale della fondazione), sia la loro esibizione italiana al “Gods Of Metal” bolognese dei prossimi 5 e 6 giugno.

5)-CURIOSITA’ Sicuramente, non poche lettrici e non pochi lettori [siccome sono un gentiluomo “women (and children) first”, come dicevano i Vah Halen dei tempi che furono…], ricorderanno il film “Rock Star” (2001) più per la “grancassa promozionale” ad esso relativa che per i di esso, peraltro decisamente trascurabili, contenuti artistici. Ma per chi non avesse prestato poi tanta attenzione alle recenti vicende del “grande schermo”, potrà risultare utile, spero, rimembrare come voracissime esigenze commerciali (“il metal vende ma è una nicchia”, “è troppo estremo, etc..etc…”…i Priest? E gli Anal Cunt, allora?) abbiano inequivocabilmente annichilito quella che, in origine, avrebbe dovuto essere la celebrazione della “favola” di Owens: da oscuro cantante di una “cover band” statunitense dei Priest a “frontman” di una delle più possenti “corazzate del metal” solo per aver inviato a Glenn ed a K.K. un proprio demo proprio mentre i due erano alla ricerca del nuovo cantante dei Judas dopo l’uscita di Rob dalla band (una favola però, come scritto sopra, dal finale per lo meno agrodolce…). Coinvolti a pieno titolo nella fase iniziale del progetto, ma avendolo visto progressivamente venir trasformato, dall’esigenza di “fare quanto più cassa” nel minor tempo possibile, soltanto in uno sbiadito e lontano parente di quanto da essi precedentemente avallato, i Priest si sono distanziati da esso tanto rapidamente quanto definitivamente. Non vi fornisco delucidazione alcuna relativa alla trama di questo film perché tracce di una storia coerente, credibile e che valga la pena di essere accennata non ve ne sono. Con Mark Wahlberg (“Boogie Nights“, tra gli altri film, ma chi se lo ricorda, nei primissimi anni ’90, come “antesignano delle ‘boy-bands’ ” e leader dei suoi Funky Bunch? Pochi, eh? MEGLIO COSI’!) e Jennifer Aniston (la signora Pitt e, tra l’altro, una delle protagoniste di “Friends”).

DISCOGRAFIA COMMENTATA
ROCKA ROLLA-1974-
Esordio già “spigoloso” e “tagliente” ma ancora lontano da quanto i Nostri proporranno in futuro, “R.R.” è un buon disco votato ad un interessante impasto di “prog-rock”, blues e “Sabbath-sound” ma, altrettanto indubbiamente, si presenta prodotto in maniera rivedibile. Su tutte “One For The Road” e la “title-track”.
SAD WINGS OF DESTINY-1976-
Si cominciano ad intravedere (o ad “intra…sentire”?) le caratteristiche future del classico “Priest-sound”. Ancora presenti le influenze in stile Black Sabbath, facilmente riscontrabili nella celeberrima “Victim Of Changes”, ma nell’ambito di un contesto sonoro più duro e qualitativamente migliore (“The Ripper”, “Tyrant” e “Genocide” su tutte).
SIN AFTER SIN-1977-
Prosegue il miglioramento dei Nostri sulla scorta, prima di tutto, di pezzi di indubbio valore come “Sinner”, “Diamonds And Rust” (“cover version” dell’omonimo pezzo di Joan Baez) e “Dissident Aggressor” (successivamente “coverizzata” dagli Stayer).
STAINED CLASS-1978-
Fin dall’ “opener” “Exciter”, è chiaro che i Priest non hanno alcuna intenzione di alleggerire il proprio “marchio di fabbrica sonoro”. Il lato “heavy” della band, infatti, si fa sempre più sentire ed una menzione particolare va fatta per “Beyond The Realms Of Death”.
KILLING MACHINE-1978-
Uscito negli Stati Uniti con il nome di “Hell Bent For Leather”, con inclusa una “cover” dei Fleetwood Mac (“The Green Manalishi With The Two-Pronged Crown”), “K.M.” si fa validissimamente notare per, soprattutto, “Delivering The Goods”, “Hell Bent For Leather” e “Before The Dawn”.
UNLEASHED IN THE EAST-1979-Live-
Splendido “live”, particolarmente appetibile per i fans europei vista l’inclusione in esso della fino a quel momento reperibile soltanto negli Stati Uniti ed in Giappone “The Green Manalishi…”.
BRITISH STEEL-1980-
Un album fantastico e che definire “storico” non è, una volta tanto, per nulla esagerato. “Breaking The Law”, “Metal Gods”, “Grinder”, “Living After Midnight”, “United” e “Rapid Fire”: questi 6 pezzi (sui 9 in totale presenti) costituiscono altrettante pietre miliari assolute dell’intera storia dell’ “heavy metal” tutto.
POINT OF ENTRY-1981-
Probabilmente non così “corposo” come ci sarebbe atteso dai Nostri ma la qualità dei pezzi non si discute. A maggior ragione, se alcune delle canzoni qui incluse si chiamano “Heading Out To The Highway”, “Desert Plains” e “Solar Angels”.
SCREAMING FOR VENGEANCE-1982-
Un capolavoro assoluto, piacevolmente e positivamente forte anche di gustosissimi influssi di sapore AC/DC-iano. “The Hellion/Electric Eye”, la “title/track”, “You’ve Got Another Thing Coming” e “Devil’s Child” su tutte.
DEFENDERS OF THE FAITH-1984-
Dopo il notevole successo di “pietre miliari” come “B.S.” e “S.F.V.”, questo “D.O.T.F.” non è affatto da meno, anzi!!! L’ “opener” “Freewheel Burning” “spacca” che è un piacere e sugli stessi livelli qualitativi si viaggia ascoltando, tanto per fare qualche rapido nome, “Rock Hard Ride Free”, “The Sentinel” e “Love Bites”.
TURBO-1986-
Forse eccessivamente “synth-etizzato”e forse altrettanto eccessivamente contraddistinto da un importante uso di “effetti vari”, “Turbo”, decisamente “laccato” e pur non così creativamente deficitario come troppi affermarono all’epoca, certamente, pur restando comunque un buon disco, non conquista come, ad esempio, “D.O.T.F.”, “S.F.V.” e “B.S.”. Su tutte, se non altro per il suo ruolo di “singolo da traino”, “Turbo Lover” affiancata da “Parental Guidance” e “Private Property”.
PRIEST…LIVE!-1987-Live-
Il “live” dei Priest per gli anni ’80 e, come già dai Nostri precedentemente dimostrato, dal vivo non ce n’è per nessuno (o quasi).
RAM IT DOWN-1988-
La band torna “a far male” anche in studio riproponendosi al pubblico trainata, prima di tutto, da “Ram It Down”, “Heavy Metal”, “Come And Get It” e da una strana ma gradevole “cover” di Johnny B. Goode di Chuck Berry.
PAINKILLER-1990-
Assolutamente imperdibile e letteralmente devastante, “Painkiller” è, semplicemente, uno dei cinque migliori dischi metal di sempre. Lo “spaccaossa” Scott Travis alla batteria dà il via ad un vero e proprio massacro sonoro a base di una ispirazione compositiva di prim’ordine, di un doppio pedale e di un “drumming” (più in generale) spinti “a manetta”, di ritmiche taglientissime (basso e chitarra), di “asce” in grandissimo spolvero e di un Rob Halford stratosferico. “Painkiller”, “Hell Patrol”, “All Guns Blazing”, “Leather Rebel”, “Metal Meltdown” e “Night Crawler” non prendono prigionieri.
METAL WORKS ’73/’93-1993-Antologia-
Una “mega-retrospettiva” estremamente dettagliata.
LEGENDS OF METAL. A TRIBUTE TO JUDAS PRIEST VOLL. I E II-1996-Tributo-
La rivista TEDESCA (chiaro? TEDESCA!!!) “Rock Hard” convoca il “fior fiore”, o quasi, della scena metal internazionale per un doppio, e tradizionalissimo, tributo di ottima fattura. Tra gli altri, risultano in esso coinvolti: gli Iced Earth (“The Ripper”), i Blind Guardian (“Beyond The Realms Of Death”), i Gamma Ray con Ralf Scheepers (“Exciter”), i Forbidden (“Dissident Aggressor”), gli Overkill (“Tyrant”), i Kreator (“Grinder”), i Virgin Steele (“Screaming For Vengeance”), gli Helloween (“The Hellion/Electric Eye”), i Fates Warning (“Saints In Hell”), i Rage (“Jawbreaker”), i Testament (“Rapid Fire”), U.D.O. (“Metal Gods”), i Saxon (“You’ve Got Another Thing Coming”).
JUGULATOR-1997-
Primo album con l’ottimo Tim “The Ripper” Owens, “vocalist” dal timbro piuttosto simile a quello di Halford ma “costretto” anch’egli, in omaggio alla radicale svolta “Machine Head-iana” e “modernista” che caratterizza questa “release”, ad adeguarsi al “nuovo verbo” al quale i Judas Priest sembrano in quel momento votarsi. Produzione potentissima per un disco, da un lato, assolutamente schiacciasassi ma che, in fatto di qualità complessiva, non vale sicuramente i classici del passato, improntati invece a differenza di questo “J.”, nel cui ambito la prima è piuttosto mancante, ad un letale misto di melodia e potenza. Non male, su tutte, “Death Row”, “Blood Stained”, “Bullet Train” e la più “tradizionale” “Cathedral Spires”.
MELTDOWN-1998-Live-
Le indiscutibili qualità vocali di Owens ed una produzione giustamente “carica”, ma non troppo, permettono ai brani di “Jugulator” (“Blood Stained”, “Death Row” e “Bullet Train” su tutte) di non sfigurare poi molto di fronte ai grandi classici del passato. La “fotografia sonora” di un gruppo che, almeno dal vivo, si presenta, ancora una volta, in forma smagliante.
DEMOLITION-2001-
Secondo album con un Owens in ottima forma, prodotto impeccabilmente, ed eseguito da una band tremendamente potente in quanto a compattezza sonora ma, ispirativamente, tristemente appiattitasi nello scimmiottare malamente il “nu-metal”. Non ci siamo proprio, con le solo appena discrete “Machine Man” e “Bloodsuckers” certamente insufficienti a salvare i Nostri dal naufragio..
LIVE IN LONDON-2003-Live-
Dal vivo i Nostri continuano a non sbagliarne una, chiudendo adeguatamente la “fase-Owens” della loro carriera.
METALOGY-2004-
Mega-retrospettiva celebrativa per il trentennale della band, in uscita ai primi di maggio 2004 e forte di 4 cd per 65 pezzi (inclusi momenti rimasterizzati, b/sides, rarità live, etc…)

7)-PROGETTI SOLISTI-

GLENN TIPTON
-Baptizm Of Fire-1997-
Nomi, tra gli altri, come R.Trujillo, B.Sheenan, Cozy Powell e Don Airey accompagnano il Nostro in un piacevole “momento di ricreazione” a base di un suono sempre tradizionale ma meno carico di quello solito dei Priest.

ROB HALFORD
Con i FIGHT
-War Of Words”-1994-
Buon album a metà strada fra “sano conservatorismo” e giusto dosaggio di “spunti modernisti”. Su tutte: “Into The Pit”, “Nailed To The Gun”, la “title-track” e “Little Crazy”.
-Mutations-1994-
“Mini live” gradevolmente interlocutorio che include anche sia alcuni pezzi dei pezzi dei Priest sia alcuni “remixes”.
-“A Small Deadly Space”-1995-
Eccessivamente modernista (visto il suo autore) ma soprattutto non certo ispiratissimo. Discrete “I Am Alive”, “Mouthpiece”, “Legacy Of Hate” e la “title-track”.
con i TWO
-“Voyeurs”-1997-
Il Nostro prova a trasformarsi in un novello Trent Reznor ma, al massimo, lo “scimmiotta” poco convintamene. In realtà, non poi così male come dai più fu fatto notare all’epoca ma altrettanto indubbiamente tutt’altro che fondamentale. Sono “I Am A Pig” e “If” a svolgere in maniera migliore il “compitino” di cui sopra.


con gli HALFORD
-“Resurrection”-2000-
Rob torna al “caro, vecchio metal” e non sbaglia presentando un album tradizionale e fresco allo stesso tempo. Ascoltare, ad esempio, la “title/track”, “Made In Hell” e “Locked And Loaded” per credere.
-“Live Insurrection”-2001-
Energetico “live” che Rob condisce con pezzi propri, classici del “Priest-repertorio” ed inediti in studio.
-“Crucible”-2002-
Meglio “Resurrection” ma, seguendone la scia, anche questo “Crucible” non è affatto male sulla scorta, soprattutto, della “title-track”, di “Wrath Of God” e di “Betrayal”.

 
Tutte le copertine e le foto sono di proprietà dei rispettivi proprietari. Tutto il resto
© 2019 markopavic.com
 |  Cookie policy