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SCHEDA -LED ZEPPELIN-
Febbraio 2003

A cura di GIOVANNI "Black Dog" SALATI

Fondati nel 1968 dal chitarrista/produttore Jimmy Page come eredi della sua precedente esperienza musicale denominata Yarbirds, i Led Zeppelin funsero da splendida “cornice” che permise l’estrinsecarsi del genio blues/hard rock del suddetto Page, della potenza dietro le pelli del batterista John “Bonzo” Bonham, dei trascinanti “grooves” del bassista John Paul Jones e della straordinariamente espressiva e suggestiva voce di Robert Plant. L’altissima qualità della propria produzione artistica permise alla band, coadiuvata da un’ efficacissima immagine tanto “remota” (i Led Zeppelin si concessero sempre molto poco ai mass media dell’epoca) quanto “minacciosa” (arcinote la passione e la competenza di Page in fatto di occultismo), di riscuotere enormi risultati in fatto di vendite nonostante “bizzarre” strategie promozionali ( niente singoli e minimo “airplay”), di raggiungere la piena indipendenza discografica, di concedersi lussi “clamorosi” (vedi un jet boeing privato) e di beneficiare di una rilevanza e di un “capacità di penetrazione” all’interno dell’immaginario collettivo degli ascoltatori di “musica moderna derivata dal rock’n’roll” paragonabili soltanto a quelle di nomi come Elvis Presley, Beatles, Rolling Stones e Jimi Hendrix.

Il loro scioglimento nella seconda metà del 1980, avvenuto in seguito alla morte del batterista John “Bonzo” Bonham (letale l’ingentissima mistura di alcolici da egli ingerita), li consacrò ad uno status di leggenda che né il tempo trascorso né le alterne vicende della carriere soliste dei membri “superstiti” hanno mai scalfito, anzi. “Inventori” di un sound e di un “sistema compositivo” fatti successivamente propri da nomi tanto differenti come (fra gli altri) Big Black, Lenny Kravitz, Chemical People e Minutemen, i Led Zeppelin non sono i “fondatori” del metal (è un onore che spetta molto più ai Black Sabbath e, in misura minore però, ai Deep Purple) ma restano comunque importantissimi, forti di una loro “ombra influenzatoria” talmente ampia da raggiungere sia loro “riproposizioni spudorate”, per quanto efficaci (Kingdom Come), sia loro “rivisitazioni deliranti” (Pantera= Black Sabbath + Led Zeppelin, il tutto a volume micidiale). Jimmy Page, chitarrista britannico promettente sin da giovanissimo ed attivo nel corso degli anni ’60 come “studio musician” per nomi da “hit parade”, nel giugno del 1966 entra negli Yarbirds come bassista, esprimendosi alla “6-corde solista” solo in assenza del “titolare” Jeff Beck. Con l’uscita di Beck dalla band, Jimmy ne prende il posto ma, nel corso dell’estate del 1968, i rimanenti membri degli Yarbirds “abbandonano la nave”, lasciandolo solo.

Per nulla scoraggiato, ed anzi forte dell’aiuto dell’amico bassista John Paul Jones, il Nostro, grazie agli ex-Band Of Joy Robert Plant (voce) e John Bonham (batteria), dà vita ai New Yarbirds i quali, proprio a partire dall’estate del 1968, vanno in tour in Scandinavia, cambiano il proprio nome in Led Zeppelin e firmano un contratto con la Atlantic Records. L’esordio “Led Zeppelin I” (1969) vende alla grande e si presenta come un abilissimo “collage” di “blues’n’roll”, rock duro e spunti “psichedelico/mistici”, mentre il suo successore (“Led Zeppelin II”, sempre del 1969) è caratterizzato da un suono più duro e da ancor maggiori risultati di vendita, anche sulla scorta della famosissima “Whole Lotta Love”. Il successo iperbolico di quest’accoppiata di dischi “costringe” i Led Zeppelin, prima, a 5 (cinque!) tours americani consecutivi e poi, onde “prendersi una pausa”, al ritiro “spirituale” nella località gallese di Bron-Y-Aur, al termine della quale i Nostri inaugureranno un “nuovo corso” caratterizzato, quest’ultimo, da forti innesti sonori di sapore “folk/acustico/magico/celtico”. Non è certo un caso, quindi, che i successivi “Led Zeppelin III” (1970) e “Led Zeppelin IV” (1971) vedano i suddetti innesti occupare un ruolo di primo piano, sempre accanto, però, a tanto hard rock di costantemente altissima qualità. “Houses Of The Holy” (1973), il primo “Zep-album” con un titolo vero e proprio, allarga ulteriormente la gamma stilistica della band, fino al “funk” ed al reggae, fungendo da ottimo “apripista” per il monumentale doppio “Physical Graffiti” (1975): massima testimonianza degli “Zeppelin della maturità” (“Kashmir”, ovviamente, su tutte). La “live-O.S.T.” del film autocelebrativo “The Song Remains The Same” (1976) ce li mostra, ancora una volta, in ottima forma come, del resto, il ruvido “Presence” (1976).

A tre anni più tardi (1979) risale “In Through The Outdoor”, la cui diversificazione stilistica non convince appieno, seguito, di lì a non molto, dalla morte di “Bonzo” e dallo scioglimento della band. Nel 1982 verrà immesso sul mercato “Coda” (materiale inedito), “reunions” estemporanee avranno luogo in occasione del “Live Aid” nel 1985 (Phil Collins e Tony Thompson alla batteria) e del quarantennale della fondazione della Atlantic Records nel 1988 (Jason Bonham, figlio di “Bonzo”, alla batteria), del 1990 e del 1993 sono rispettivamente “Remasters” e “Remasters 2” (raccolte personalmente curate da Jimmy Page), mentre nondimeno importanti, almeno per i cosiddetti “completisti”, sono le “BBC Sessions” del 1997.

Discografia fino allo scioglimento
Led Zeppelin I-1969-
Sulla scorta dell’ “heavy blues” del primo album dell’amico Jeff Beck, Page si muove su coordinate simili con però più pesantezza sonora e maggior improvvisazione. Per lo più cover blues (che Jimmy si autoaccredita), però sconvolte in chiave “hard/psichedelica”. Fra gli originali “Communication Breakdown” (dura e veloce), mentre molto belli risultano i rifacimenti di “Babe, I’m Gonna Leave You” (drammatica), “Dazed And Confused” e “You Shook Me”(“stralunate” entrambe). L’ “opener” “Good Times, Bad Times” verrà, 20 anni dopo, stravolta dai “thrashers” statunitensi Nuclear Assault.
Led Zeppelin II-1969-
Il sound si fa più ricercato e personale. E’ il loro capolavoro? Non mancano cover blues autoaccreditate come, per esempio, “Whole Lotta Love” (versione “Page-iana” di “You Need Love” di Willie Dixon, “più che ispiratore”, del resto, anche della sopra citata “You Shook Me”). La originale, “sinuosa” e trascinante “Heartbreaker”, la “soffusa” “Thank You” e la veloce “Livin, Lovin’ Maid” (fra le altre) incantano letteralmente. Uno degli albums più importanti per l’intera storia dell’hard rock, senza dubbio.
Led Zeppelin III-1970-
Una “inaspettata” ma gradevolissima facciata acustica/folk (la divertente “Gallow’s Pole” e la romantica “Tangerine” su tutte) ma anche, dal punto di vista dell’hard rock, gemme vere e proprie come la potente “Immigrant Song” (“i vichinghi alla guerra”, 10 anni prima che il metal si invaghisse di una simile tematica) ed il sofferto blues pesante di “Since I’ve Been Lovin’ You”.
Led Zeppelin IV- 1971-
Nessun titolo, nessun riferimento alla band, nessuna promozione ma il successo fu enorme. E’ l’album della “super ballad progressiva” “Stairway To Heaven” (e vi ho “detto” già tutto!) ma anche del quasi perfetto bilanciamento fra momenti folk/acustici (“Goin’ To California”, “The Battle Of Evermore”) e frangenti hard (“Rock’n’Roll”, “Black Dog”) anche se, per la prima volta, compare qualche brano non essenziale (“Misty Mountain Hop” e “When The Levee Breaks”).
Houses Of The Holy- 1973-
Meno hard e più “sperimentale” ma non perfetto. Splendida, inquietante e “tastierata” la avventurosa “No Quarter” (Plant dimostra, nuovamente, il suo amore per i vichinghi). Lodevoli, pur non eccezionali, anche la delicata “The Rain Song”, “The Song Remains The Same” (ottima la ritmica di Page) e “Over The Hills And Far Away.”
Physical Graffiti- 1975-
Un doppio “monumentale”, non inattaccabile (“Trampled Underfoot”) ma comunque fortissimo, soprattutto, nella trascinante riproposizione del tradizionale “In My Time Of Dying”, nella suggestiva “In The Light” e, ovviamente, nella CLAMOROSA “Kashmir”: un fantasmagorico barocchismo sinfonico di marcato sapore orientaleggiante.
Presence- 1976-
Forse anche per reazione ad eventi luttuosi di natura strettamente personale (Robert Plant), si torna ad un ruvido hard rock. Ottima la prestazione di chitarra e voce su “Achilles’ Last Stand”, eccellente la “sinuosa” “Nobody’s Fault But Mine” (Plant che riflette sul proprio aver venduto l’anima al diavolo?), valida la sofferta “Tea For One”.
The Song Reamins The Same/O.S.T. – 1976-
Film pacchianamente autocelebrativo (Plant-cavaliere che combatte per la sua bella, Page-stregone ed occultista) ma colonna sonora di enorme livello (“Rock’n’Roll”, “Whole Lotta Love” e “Stairway To Heaven”, tra le altre, sono da antologia).
In Through The Outdoor- 1979-
Deludente. Un Page “assente” lascia l’onere del “songwriting” ricadere interamente (o quasi) su un peraltro non “in formissima” John Paul Jones. Manca l’hard rock ma, in questo caso, nemmeno la facciata più melodica della band convince più di tanto, a parte “In The Evening” e “All Of My Love”.
Discografia post/1980
Piuttosto “estesa”. Le “uscite minime indispensabili” sono, comunque, “Coda” del 1982 (inediti), “Remasters” e “Remasters2” (rispettivamente del 1990 e del 1993) e le “BBC Sessions” del 1997.
I Led Zeppelin DOPO i Led Zeppelin.

Questa sezione ricostruisce, fino ad oggi, l’evoluzione delle rispettive carriere soliste di Page, Plant e Jones aggiungendo, inoltre, un piccolo profilo concernente l’attività musical/discografica del figlio di “Bonzo”, Jason: batterista come il padre.

John Paul Jones: dalla metà degli anni ’60, arrangiatore e “session/man-studio/musician” per Donovan, Tom Jones, Rolling Stones, Jeff Beck e Yarbirds. Dopo la fine del Led Zeppelin e per tutti gli ’80 e ’90, ha lavorato con Brian Eno, Paul Mc Cartney, R.E.M. , Butthole Surfers e, soprattutto, con la sperimentatrice/rumorista d’avanguardia (nonché dotata di una estensione vocale di 4, dico 4, ottave) Diamanda Galas, in collaborazione con la quale ha realizzato lo splendido ed inquietante “The Sporting Life” del 1994. “Zooma” e “The Thunderthief”, albums interamente a firma del Nostro e sempre caratterizzati da una chiara vena sperimentale anche se non validi come “T.S.L.”, sono rispettivamente usciti nel 1999 e nel 2002.

Jason Bonham: batterista e figlio del compianto “Bonzo”. Dopo tre non fortunatissimi albums di stampo “hard’n’heavy” con le sue due bands precedenti (Airrace e Virginia Wolf), Jason, grazie anche al proprio cognome ed al manager Phil Carson (colui che portò i Vandenberg ed i Twisted Sister alla Atlantic), fonda i Bonham e debutta nel 1989 con “The Disregard Of Timekeeping” (prodotto da Bob Erzin): un fortunato album (750.000 le copie in totale vendute negli U.S.A. grazie anche ad un tour effettuato in supporto dei The Cult) di hard rock melodico dalla forte impronta “zeppeliana” (il singer Daniel Mc Master è mooolto simile, vocalmente parlando, a Robert Plant) caratterizzato, fra l’altro, dall’ottimo drumming di Jason. Caratteristiche simili saranno proprie anche del però complessivamente meno efficace “The Mad Hatter” (1991). Dopo la sua partecipazione alla “Atlantic-Reunion” degli Zeppelin del 1988 ed alla compilation anti/droga “Stairway To Heaven/Highway To Hell” del 1989 (e dopo, ovviamente, i due albums di cui appena sopra), ritroviamo Jason impegnato, nel 1993, nel tributo al leggendario bluesman Muddy Waters (operazione diretta dall’ex-Free e Bad Company Paul Rodgers) e, nel 1994, sia sul palco di “Woodstock2”, con Slash, sia con l’album “Peace For Me” dei suoi Motherland. Al 1995 risale la creazione della Jason Bonham Band autrice, nel corso del medesimo 1995, di “In The Name Of My Father: the Zepset” (album di covers della band del compianto “Bonzo”) e, nel 1997, di “When You See The Sun”. Tours americani con la band ed impegni personali come “session/guest musician”, tengono Jason in attività costante.

Robert Plant: dopo il 1980, parte subito benissimo, nel 1982 e nel 1983 con, rispettivamente, “Pictures At Eleven” e “Principle Of Moments” (con Cozy Powell e Phil Collins alla batteria), all’insegna di un “(hard) rock raffinato, melodico ed “adulto”. Il 1984 lo vede impegnato in un “r’n’r/r’n’b revival project” denominato Honeydrippers accanto a Jimmy Page e Jeff Beck. La sua successiva uscita solista “Shaked And Stirred” del 1985, non colpisce nel segno, mentre di tutt’altra caratura è “Now And Zen” (1988), con il quale il Nostro fonde al meglio, grazie anche alla collaborazione di Page, il proprio sound solista con quello della band che lo ha reso famoso. I lusinghieri risultati artistici e di vendite di “N.A.Z.” vengono successivamente confermati, prima, da “Manic Nirvana” del 1990 e, poi, da “Fate Of Nations” del 1993, mentre è del 1994 l’ottimo MTV-Unplugged “No Quarter: Page And Plant Unledded”, con a fianco Jimmy Page, all’insegna delle vecchie “Zep-tracks” e di nuove composizioni indirizzate verso la “world music”. Su una, più o meno, medesima “falsariga etnica” si muove il discreto “Walking Into Clarksdale” del 1998 (realizzato sempre assieme a Page), seguito, nel 2000, dalla nascita della Priory Of Brion. Assemblato con l’ausilio del vecchio amico, nonché ex-Band Of Joy, Kevyn Gammond, il progetto in questione è per lo più dedito alla rivisitazione in chiave “(semi)/acustic-folk” di importanti pezzi di artisti come, tra gli altri, Big Joe Williams (“Baby Please Don’t Go”), “Girl From The North Country” (Bob Dylan), “Houses Of The Holy” (Page/Plant), “If 6 Was 9” (Hendrix), “Southern Man” (Neil Young) e “Thank You” (Page/Plant). Un simile approccio teso alla “rielaborazione ragionata in chiave acustico/folk/etnica” (ma anche più “normalmente pop” rispetto a quanto fatto nel corso della scorsa decade) caratterizza anche la gran parte di quella che, a tutt’oggi, è l’ultima uscita targata Plant e cioè “Dreamland” del 2002; un album che vede il Nostro confrontarsi sapientemente con, fra gli altri, Tim Buckley, Bob Dylan ed il leggendario bluesman Bukka White.

Jimmy Page: fin dagli anni ’60 avviato “session man/studio musician” per, tra gli altri, Dave Berry, Lulu e Jet Harris. Entra negli Yarbirds come bassista e, con l’uscita di Jeff Beck dalla band, ne prende il posto alla chitarra solista prima che il gruppo si sciolga alla vigilia di un tour scandinavo al quale Jimmy riesce però ad ottemperare con i New Yarbirds poi Led Zeppelin. Dopo il 1980, lavora alla O.S.T. del film “Death Wish II” (1981), al mini/album degli Honeydrippers (con Plant e Beck) nel 1984 (dopo la fine del progetto Firm, fondato assieme all’ex-Free e Bad Company Paul Rodgers) ma soprattutto dà alle stampe, nel 1988, il proprio “Outrider”. Si tratta di un solido disco formato da un lato blues (con Chris Farlowe alla voce) e da un lato heavy/rock (cantato da John Myles), arricchito dalla presenza di Jason Bonham (batteria) e Robert Plant ma, soprattutto, infarcito dai potenti riffs del Nostro. Del 1993 è la maestosa accoppiata con David Coverdale (per la serie la classe non è acqua, si veda la scheda relativa agli Whitesnake…), mentre al 1994 risale il già citato “unplugged” al fianco di Robert Plant (vedi sopra) seguito, quattro anni dopo (1998), dall’altrettanto già citato “Walking Into Clarksdale”. La stagione 1999/2000 ha infine visto il Nostro unirsi ai Black Crowes, sul palco di un prestigiosissimo locale californiano, per una riuscitissima serata tutta in onore del “mitico dirigibile”: una “grand soireè” “sonicamente immortalata” dallo splendido “Live At The Greek”.



Tributi
Qualche riga per segnalare un paio di interessantissimi tributi ai Led Zeppelin. Il primo si chiama “Encomium”, è uscito nel 1995 ed ha visto la partecipazione, fra gli altri, di artisti del calibro di Tori Amos (assieme a Robert Plant per “Down By The Seaside”), della Rollins Band (“Four Sticks”), degli Helmet (“Custard Pie”) e dei Duran Duran (“Thank You”); il secondo, invece, intitolato “Great Zeppelin”, è stato interamente, e splendidamente, realizzato dagli “80’s veteran hard rockers” Great White nel 1999.
 
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