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Scheda Living Colour
Marzo/Aprile 2004

A cura di Giovanni "What’s Your Favourite Colour, Baby? Living Colour!" Salati

Gruppo newyork-ese di colore votato ad un hard rock “blues-eggiante” decisamente frammisto a corposi innesti funk e forte di un groove, di una tecnica e di una ispirazione letteralmente fenomenali, i Living Color hanno da subito affascinato tanto la critica quanto non affatto trascurabili fette di pubblico, anche alla luce dell’afflato socio-politico dei loro mai banali ma costantemente arguti testi, sempre da interpretarsi facendo uso di una chiara prospettiva afro-centrica. Il loro illuminante e fulminante esempio di crossover fra funk, soul, r&b, blues, reggae, venature hip hop, rimandi dub, hard rock e riffs chitaristici di acciaio cromato è stato nuovamente riproposto, dopo uno stop quasi decennale, dalle note della loro ultima fatica discografica, uscita alla fine dello scorso 2003 ed intitolata “Collideoscope”. Un simile avvenimento, quindi, non può, a sua volta, non costituire condizione tranquillamente necessaria ed ampiamente sufficiente per ripercorrere le gesta di una band tanto meritevole quanto mai abbastanza considerata.

Il chitarrista Vernon Reid, da sempre accompagnato da paragoni (tanto estremamente altisonanti quanto solidamente fondati) con Jimi Hendrix, dopo aver militato, tra gli altri, con l’ensemble progressive Decodin’ Society (capeggiato dal batterista Ronald “Shannon” Jackson), e successivamente, con la formazione punk-jazz-dance dei Defunkt (volto alto sia per la qualità della proposta musicale che per il tasso di inventiva alla base del nome), fonda i Living Colour nel 1983 come trio, anche se la formazione si stabilizzerà definitivamente solo nel 1986 quando il Nostro si troverà affiancato da Muzz Skillings (bs), William Calhoun (batteria) e Corey Glover (voce) notato, quest’ultimo, da Reid quando il medesimo Glover si cimentò in un memorabile “happy birthday” alla festa di compleanno di un amico comune. I riffs taglienti e gli assoli spericolati di Reid (ma non solo essi, ovviamente!) certamente contribuiranno a fare della band una delle più costantemente presenti presso il rinomatissimo club CBGB’S e la crescente reputazione del gruppo, unita ad un intenso passaparola underground, spingerà nientemeno che Mick Jagger e Jeff Beck ad assistere ad una performance dei Living Colour attorno al 1987. L’ottima impressione avutane, convincerà poi Jagger, addirittura, a far partecipare Vernon alle registrazioni dell’album solista che la voce dei Rolling Stones stava preparando all’epoca, e cioè “Primitive Cool”, ed a fare in modo che i Living Colour venissero messi sotto contratto dalla Epic.

Il disco d’esordio si intitola “Vivid” (1988) ed in esso Jagger sarà esplicitamente presente (producendo sia “Glamour Boys” che “Which Way To America?” e suonando l’armonica su “Broken Hearts”), mentre i celeberrimi rappers Public Enemy contribuiranno a “Funny Vibe”. Prodotto da Ed Stasium, all’opera anche sul successivo “Time’s Up”, “Vivid” esce all’inizio del 1988 ma esplode soltanto alla fine del medesimo anno allorché il primo singolo da esso estratto, la trascinante “Cult Of Personality” (occhio anche all’intelligentissimo testo!!!), inizia a ricevere “heavy rotation” da parte di mtv e delle “rock radios”. Due milioni di copie verranno di lì a poco vendute (l’album arriverà al sesto posto della classifica statunitense) e, nel corso del successivo 1989, i Living Colour riceveranno un “Grammy Award” come “Best Hard Rock Performers”, mentre Jagger offrirà loro la gigantesca possibilità di fungere da “support act” dello Stones-tour del 1989/90, quello dell’album “Steel Wheels”.

I Nostri, ovviamente, accettarono immediatamente e, nell’ambito delle date “losangelene” della suddetta tournee, alle quali partecipavano, in “posizione mediana” anche i Guns‘n’Roses, Axl Rose fece trapelare di aver “attaccato Reid al muro” nel backstage, nonostante Vernon, però, abbia sempre sostenuto di non aver MAI incontrato alcun “gunner”, visto che i rispettivi managers e membri dello staff tenevano rigorosamente separate le bands. Il più idoneo seguito di “Vivid”, in quanto sia a qualità artistica che a fortuna commerciale, prese il nome di “Time’s Up” (1990), raggiunse il tredicesimo posto delle classifiche di Billborad e conferì alla band la possibilità, poi realizzatasi, di esser nuovamente premiata con un “Grammy Award”, il secondo perciò, affiancato dalle sperticate lodi della rivista “Rolling Stone” relative, anche, alla profonda “in-your-face-intelligence” dei Nostri. Un nuovo tour mondiale, roboante, fra l’altro, fu la partecipazione dei Living Colour alla prima edizione del festival “Lollapalooza” (1991), vede la band nuovamente protagonista grazie anche alla concomitante uscita, sempre nel 1991, dell’EP “Biscuits”.

Rimpiazzato un Muzz non disposto, presumibilmente, a sopportare ulteriormente, in primo luogo, le fatiche della vita “on the road” (ma circa quest’episodio, la band è sempre stata estremamente reticente…), la nuova formazione, rinnovata dall’ingresso del fenomenale Doug Wimbish (ex-Tackhead e pregiatissimo session man (tra gli altri, per Mick Jagger e Jeff Beck), esordisce nel gennaio del 1992 con un tour brasiliano seguito, la primavera dell’anno successivo, dall’ingresso sul mercato di “Stain” (1993). Già dall’ “artwork”, meno vivace del solito dal punto di vista cromatico, quasi “sembra lecito” attendersi anche un sound inaspettatamente meno “solare” e decisamente più intimista, più cupo, più “duro” anche dal punto di vista lirico (un ambito, a dire il vero, nel quale i Living Colour, comunque, non sono stati mai teneri…). Nel corso del seguente e nuovamente piuttosto esteso tour, Wimbish dimostra appieno il proprio enorme valore ma l’album, contrariamente alle previsioni anche della band medesima, non vende come i Nostri avrebbero voluto e, trasferitisi a Londra onde lavorare con l’eccellente produttore Adrian Sherwood, i Living Colour completano, per quello che avrebbe dovuto essere il loro quarto album, soltanto alcuni pezzi: le peraltro validissime, ad esempio, “Release the Pressure”, “These Are Happy Times” e “Sacred Ground”, troveranno collocazione, infatti, “soltanto” nell’ambito del “Best Of” postumo intitolato “Pride” che, uscito nel 95, segna la fine di un fantastico gruppo scioltosi, per lo meno stando alla “versione ufficiale” dei fatti, causa insanabili incomprensioni caratteriali reciproche, soprattutto fra Corey e Vernon, proprio alla vigilia, quando si dice “la mancanza di tempismo”, di quella che, probabilmente, sarebbe stata la loro affermazione su una scala indubitabilmente ragguardevole.

A discreto ridosso dello “split” con i Living Colour, Reid, supportato largamente dalla nuova compagine della quale, nel frattempo, si è messo a capo ed alla quale, di lì a poco, si dedicherà (i Masque), fa uscire il proprio primo album solista, intitolato “Mistaken Identity” (1996), mentre Corey “risponde” con “Hymns” (1998) per poi tornare al suo “altro grande amore”: la recitazione (aveva già avuto una parte, tra l’altro, nel film “Platoon”). Will (che milita anche in un gruppo jazz) e Doug, nel frattempo, danno vita agli Headfake e si uniscono alla band di Mos Def. Quella che sembrava dover essere una separazione perenne subisce, però, una modificazione improvvisa allorché il loro sempre devoto ammiratore Jagger, incontratosi con Will, inizia a “fare pressione” in direzione di una “reunion” dei Living Colour. Contattato in tal proposito da Will, Vernon non impiega molto a rimettere in sesto la band che, dopo un positivo tour di rientro, la firma di un nuovo contratto discografico e diciotto intensi mesi di lavoro in studio (ed anche dopo che lo stesso Reid si è unito a Dj Logic negli Yohimbe Bros per “Front End Lifter” del 2002), dà alle stampe, nel corso della seconda metà del 2003, l’attuale “Collideoscope”: un album superlativo anche dal punto di vista dei testi e che non rinuncia affatto, tra l’altro, a confrontarsi sia con i fatti dell’11-9 (accaduti, ovviamente, a New York e visti attraverso “gli occhi” di un band profondamente newyorkese…) sia, nelle parole stesse della band, “con la cosiddetta guerra al terrorismo…sono accaduti tanti fatti prima dell’11-9 ed almeno altrettanti dopo di esso che avrebbero dovuto godere della massima attenzione e che, invece, sono stati volutamente e sistematicamente ignorati…nessuno va oltre la cortina fumogena per vedere cosa c’è veramente dietro… ma fin quando ci sarà un Bush alla presidenza, in giro, allora, ci saranno i Living Colour”. Bentornati davvero!!!

Discografia
Vivid-1988-
Un esordio clamoroso!!! “Cult Of Personality”, “Glamour Boys”, “Funny Vibe”, “What’s Your Favorite Color, Baby?”, “Middle Man”, “Open Letter (To A Landlord)”, “Which way To America?”…che disco!!! Un caleidoscopio sonoro fatto di funk potenziatissimo, di hard rock “superfunk-izzato” e di corposi innesti soul, rap e blues per uno splendido album estremamente newyorkese realizzato da una band che, non a caso, ha sempre fatto del “cordone ombelicale” con la “Grande Mela” un tratto distintivo della propria identità. Da avere assolutamente!!!
Time’s Up-1990-
Il tasso di “sperimentalismo” musicale sale ulteriormente, forse, però, leggermente a scapito del livello complessivo di un impatto comunque certamente presente per un album in ogni caso eccellente. La vertiginosa “title-track” paga uno splendido debito ai Bad Brains, mentre indubbiamente fascinoso è il reggae di “Solace Of You”. Il funk rap notevolmente “hardrock-izzato” di “Elvis Is Dead” è, a dir poco, arrembante (Little Richard come “special guest”) e sia le scale “hendrixiane” di “Someone LikeYou” che gli influssi soul di “History Lesson” e “Fight The Fight” di sicuro non sono da meno. Gradevolissimo, nella sua immediatezza, è il “reggae-blues-eggiato” di “Love Rears Up Its Ugly Head” quasi “idealmente contrapposto” alla complessa “This Is The Life”. Su “Under Cover Of Darkness” c’è Queen Latifah come ospite. Consigliatissimo!!!
Biscuit-1991-
“Mini Lp” “positivamente interlocutorio” fatto di alcuni “out-takes” e di tre riuscite cover: “Burning Of The Midnight Lamp” di Jimi Hendrix, “Talkin’ Loud and Sayin’ Nothing” di James Brown e “Love And Happiness” di Al Green.
Stain-1993-
Il più pesante ed oscuro dei dischi dei Living Colour. Forse il meno “nero” e quindi il meno “facile” da ascoltare. Momenti sperimentali (“WTTF”, “Hemp”), la pregevole ballad “Nothingness” ed i severi testi di “Bi” e “Wall” fanno, quasi, da “contorno”, ad un Wimbish in forma smagliante, ad una piuttosto “catchy” “Never Satisfied” e, soprattutto, alla pienamente convincente “Leave It Alone” (ottimo, prima di tutto, il ritornello), alla ben strutturata “Ignorance is Bliss” ed alle aggressive “Go Away” (la inquietudine di un uomo medio immaginario alle prese con le conseguenze quotidiane dei problemi globali e che non ha idea di come “districarsi”), “Auslaender” (che affronta il problema del neonazismo in Germania agli inizi degli anni ’90) e “Mind Your Own Business”. Comunque molto valido.
Dread-1994-
Raccolta uscita solo per il mercato giapponese. Pezzi live, per lo più tratti da “Stain”, rifacimenti “unplugged” per la radio olandese (“Nothingness”) e due “b-sides”: “TV News” e una cover di “17 Days” di Prince And The Revolution. Sempre nel corso del 1994, i Nostri partecipano alla colonna sonora del film “True Lies” con una cover di “Sunshine Of Your Love” dei Cream.
Pride-1995-
“Best Of” postumo più alcuni inediti che avrebbero dovuto essere parte del 4 album in studio (vedi sopra).
Collideoscope-2003-
Prodotto da Andy Stackpole, “C.” si pone, senza dubbio alcuno, come un ottimo ritorno, sapientissimamente variegato, dal punto di vista dei riferimenti sonori, ma senza mai perdere la bussola, affatto! La “elettro-dinamica” “In Your Name”, il rock duro, ma “soulful” allo stesso tempo di “Lost Halo”, il reggae-dub di “Nightmare City” fungono da riuscitissimi “esempi sonori” di quanto appena sopra ma anche i testi “ruggiscono” non poco! Un duplice (e limitato!) esempio? La già apparsa su “Pride” “Sacred Ground” (difesa del pianeta terra ma senza stucchevoli luoghi comuni) ed “Operation Mind Control” (la cosiddetta guerra al terrorismo e “dintorni”…). Inoltre, non posso non segnalarvi la presenza di due covers che “non ti aspetti” ma che, da un gruppo come i Living Color, “te le aspetti che sì”: una dei Beatles (fatto non inconcepibile per i Nostri che, del resto, hanno sempre ammesso una preferenza in tal senso…ma quanti fra voi ricordavano che i 4 di Liverpool hanno composto una canzone intitolata “Tomorrow Never Knows”?) e, soprattutto, una riproposizione “super hard ‘n’ funk” di “Back In Black” degli AC/DC!!! Del resto, lo spunto, a partire dal titolo, non manca affatto anche perché poche bands bianche hanno “saccheggiato positivamente” il blues come quella dei fratelli Young; ed il blues del resto, almeno inizialmente, per quanto successivamente arricchito enormemente da tantissimi contributi di numerosissimi e valentissimi artisti bianchi, è musica essenzialmente nera.

Vernon Reid solista-Mistaken Identity-1996-Reid, con l’aiuto della sua nuova band, i Masque, dà alle stampe un album il cui contenuto può essere agevolmente descritto, più o meno, come “i Living Color ma senza testi”. Chitarristicamente, Vernon è sempre ad alti livelli ma, onestamente, questo “M.I.”, per quanto tutt’altro che disprezzabile, non offre alcunché di radicalmente entusiasmante. Gradevoli, comunque, gli innesti vocali in stile “spoken word”, i campionamenti e lo “scratching”. Una menzione speciale per Don Byron al clarinetto.

Corey Glover solista-Hymns-1998-Prodotto da Peter Lord e Jeff Smith dei Family Stand, questo “H.” trabocca di spunti super-retrò in stile honky tonk, funk, gospel, soul, r&b e rock “classico” e, nei frangenti più vicini ai Living Colour, si avvicina alla ex-band di Corey ma in modo decisamente meno potente (“Lawball Express”). Non tutti i pezzi appaiono realmente validi ma, complessivamente, si tratta di un buon album con un fantastico Corey alla voce , soprattutto durante lo splendido piccolo tributo ad Al Green (il pezzo “Little Girl”).

Yohimbe Brothers (Vernon Reid+Dj Logic)-Front End Lifter-2002-Reid assolda DJ Logic per un esperimento potenzialmente piuttosto interessante, fondere il proprio eclettismo chitarristico (sempre ottimo) con le possibilità enormi che la tecnologia offre alla creatività dei dj’s (in termini di “effetti vari”, “loops” di basso, “loops” di batteria, etc…), che però, in questo caso, non riesce del tutto. Un “M.I.” con l’elemento chitarristico ancor meno in evidenza senza che, però, il pur apprezzabile contributo di Dj Logic consenta a “F.E.L.” di compiere il classico salto di qualità

ALCUNI FRA I RIFERIMENTI ARTISTICI DEI LIVING COLOUR ED ALCUNI FRA I GRUPPI LORO “ARTISTICAMENTE LIMITROFI”

Le loro influenze: il blues, il soul, il funk, Jimi Hendrix, Sly&The Family Stone, i Bad Brains, i Mother’s Finest, accenti hip-hop, reggae e dub, i Beatles, i Led Zeppelin, i primi XTC (non nel sound ma creativamente e come statura artistica), i Grand Funk Railroad, i P-Funkadelic/G.Clinton, James Brown, Al Green, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Curtis Mayfield, Gil Scott-Heron, i Lost Poets…

I gruppi più “vicini”: i Faith No More, gli FFF (Federation Francaise Du Funk), gli Electric Boys, gli Hard Corps, i Mordred, i Mindfunk, i Mucky Pup, i Suicidal Tendencies/Infectious Grooves/Cyco Miko, i Fishbone, i Primus, i Limbomaniacs, gli Scat Opera, i 24-7 Spyz, gli Scatterbrain/Ludichrist, gli Psychofunkapus, i Naked Truth, i Last Crack, i Jane’s Addiction, i Tribe After Tribe, i Nudeswirl, i Red Hot Chili Peppers, gli Urban Dance Squad, gli Extreme, i King’s X, la colonna sonora di “Judgement Night”, i Dan Reed Netweork, Stevie Salas ed i suoi Colorcode, gli White Thrash, gli Shootyz Groove, i Big Chief…

Un po’ più “lontani” (in senso strettamente sonoro ma non certo nell’attitudine “crossover-istica”…): i Powerman 5000, i 311, gli Psycore, i Sevendust, i Godsmack, gli Skinlab, i Turmoil, i Tool/A Perfect… , i Pixies, i Sonic Youth, gli One Minute Silence, i Pitchshifter, i Quicksand, i Sepultura, i Soulfly, gli Hed(Pe), i Kill II This, la Henry Rollins Band, i P.O.D., i Machine Head, la carriera di Jello Biafra (Dead Kennedys, D.O.A., Lard…), i Ministry (anche per lo meno in parte i N.I.N.), i Crown Of Thorns, i Dog Eat Dog, i Biohazard, i System Of A Down, i Korn, i Limp Bizkit e tutto il nu-metal o quasi, i Rage Against The Machine, gli Anthrax (di “I’m The Man” e, con i Public Enemy, di “Bring The Noise”) , i Public Enemy che campionano gli Slayer (in “She Watches Channel Zero” da “It Nakes A Nation Of Millions To Hold Us Back”), gli Aerosmith con i RUN DMC per “Walk This Way” versione anni ’80, i Dubwar, gli Stuck Mojo, i Puya, gli Zoetrope, gli Znowhite, i D.R.I., i C.O.C., gli Adrenaline OD, i The Stupids, gli S.O.D. ed i M.O.D., i Prong, i vari progetti, più o meno, solisti di Mike Patton (Mr.Bungle, Fantomas…), i Murphy’s Law, i Leeway, i Crumbsuckers, i Beastie Boys, gli Helmet, i Crowbar, i Gurntruck, i Soilent Green, gli Eye Hate God, la carriera di Phil Anselmo (Pantera, Down, Superjoint Ritual…), i B.R.M.C., i Karate, i Blonde Readhead, i Downset, i Beyond, gli Atom Seed, i Clawfinger, i Misery Loves Co., gli Earthtone 9, i S.O.A.D., gli Orange 9mm, gli White Zombie e Rob Zombie solista, gli Incubus, i Deftones, i Senser, gli Static X, gli Orgy, gli Slipknot, i Negazione, i Raw Power, i Randagi, gli Extrema (per lo meno in parte), …e…perché no? Puff Daddy/P.Diddy che campiona prima Alan Parsons e poi i Led Zeppelin, Slash che collabora con i Blackstreet (NON sono i Backstreet Boys!!!) e poi con Michael Jackson il quale, a sua volta, si avvale della collaborazione sia di Steve Stevens (chitarrista del Vince Neil solista e, soprattutto, di Billy Idol) che dei Toto (la sua “backing band” di “Thriller”)…

 
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