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SCHEDA YNGWIE MALMSTEEN
Settembre 2002

A cura di GIOVANNI "I Am A Viking" SALATI

Uno dei „guitar heroes“ più importanti di sempre. Influenzato da R.Blackmore, U. Roth, J. Hendrix, J.S. Bach, A. Vivaldi e N. Paganini, Yngwie nasce il 22-6-63 in Svezia e comincia a suonare a 8 anni. A 13 anni fonda la sua prima band, i Powerhouse, rinominati, l‘ anno dopo, i Rising (da „Rainbow Rising“) ed ancora successivamente divenuti i Rising Force. Dopo che un breve periodo trascorso con i Silver Mountain (dal pezzo dei Rainbow „The Man On The Silver Mountain“) lo aveva reso pienamente consapevole di dover lasciare la Svezia onde ottenere qualcosa di realmente importante sotto il profilo professionale, il Nostro iniziò a spedire demos un pò dappertutto, uno dei quali capitò nelle mani di Mike Varney: giornalista della rivista „Guitar Player“ e fondatore dell’ etichetta discografica Sharpnel Music. Positivamente impressionato dalle già notevolissime capacità dell’allora giovanissimo Malmsteen, Varney lo invitò a Los Angeles onde inserirlo all’interno della band da lui assemblata, gli Steeler.

Costruito e strutturato attorno alla figura di Ron Keel (successivamente alla testa die suoi Keel), l’album di debutto di questa band assunse le solide fattezze di un valido disco di 80's american metal, senza dimenticare la performance di Yngwie nell’ambito del pezzo intitolato „Hot On Your Heels“. L’album vendette discretamente ma l’axe-man, nel frattempo, nonostante non poche ed allettanti offerte pervenutegli da parte di nomi come Kiss, U.F.O. e Ozzy Osbourne, era già passato agli Alcatrazz, gruppo fortemente influenzato dai Rainbow e messo in piedi dal singer Graham Bonnet. Yngwie fece ottimo uso dello spazio concessogli, („Kree Nakoorie“, „Jet To Jet“, „Hiroshima Mon Amour“), uno spazio, però , secondo il Nostro, troppo limitato. Il primo album solista targato Malmsteen prese il nome di „Rising Force“ (1984) e, senza alcun tipo di promozione, raggiunse il 60esimo posto delle charts americane: niente male per un album quasi interamente strumentale che, arricchito dalla, limitata, presenza di Jeff Scott Soto alla voce ed incentrato attorno alle „ultratecniche tenzoni“ del duo Malmsteen-Jens Johansson (tastiere), fungerà da ragguardevole volano per l’esplosione, in ambito hard’n’heavy, del nome di Yngwie.

L’anno successivo fu la volta dello splendido „Marching Out“: un J.S.Soto in splendida forma apre la strada ad un Malmsteen grandioso in fase sia esecutiva che, soprattutto, creativa. Tracks come la potente opener „I’ll See The Light Tonight“, la più melodica „Don’t Let It End“, l’oscura „Disciples Of Hell“ e la solenne „I Am A Viking“ costituiscono un quartetto letteralmente da birvido al quale fanno da contraltare anche, tra le altre, le ottime „Anguish And Fear“ e „Soldier Without Faith“ per un album che „più neoclassico non si può „ . A ruota libera seguì , nel corso del successivo 1986, il terzo capitolo della carriera solista di Malmsteen, intitolato, questa volta, „Trilogy“. Spalleggiato da un nuovo, strepitoso, vocalist, l’ex-Ted Nugent Band, Marc Boals, il Nostro, mantenendolo comunque sempre alto, smorza un pò il lato prettamente neoclassico delle proprie composizioni e si apre maggiormente alla melodia. Supportato da una vena creativa , anche questa volta, estremamente proficua, l’album riesce perfettamente , trainato com’é da un trittico spaccaossa come quello formato dalla perfetta opener „You Don’t Remember, I’ll Never Forget“, dalla veloce „Liar“ e dalla suadente „Queen In Love“. Sommerso da problemi tanto di salute (incidente automobilistico del 22-6-1987), quanto familiari (morte della madre, ammalatasi di cancro), il Nostro farà attendere i propri fans, per quanto concerne sue novità discografiche, circa due anni ripagandone, però, l’attesa con un disco superlativo.

Pur non figurando fra le opere dal proprio autore ritenute fra le proprie migliori, „Odyssey“ (1988) si caratterizzò per l’alto tasso qualitativo il quale, unito ad una maggiore accessibilità sonora, ne assicurò l’importante successo anche, e soprattutto, dal punto vista delle vendite. Prodotto egregiamente da Jeff Glixmann (Gary Moore, Kansas, Black Sabbath) e missato in maniera altrettanto competente dal duo Steve Thompson-Mike Barbiero (Tesla, Dokken), l’album in questione annovera tra i suoi più riusciti momenti la splendidamente epico-neoclassica opener „Rising Force“, la „ruffiana“ „Heaven Tonight“, l’altrettanto „astuta“ „Hold On“ e la romantica „Dreaming“ e, grazie anche alla splendida performance vocale dell’ex-Rainbow Joe Lynn Turner, mancò lo status di disco d’oro negli Stati Unti solo di un soffio. A partire dal febbraio 1989, Yngwie e la sua band si esibirono anche nell’allora Unione Sovietica (a Mosca e nell’allora Leningrado), documentarono il successo di quelle esibizioni con lo splendido live „Trial By Fire/Live In Leningrad“ (1989) e presero infine, al termine del suddetto tour, strade separate.

Trasferitosi a Miami e riassemblata una nuova formazione composta da soli svedesi (l’ex-Jon Norum Band Goran Edman alla voce, Svante Henryson al basso, Mats Olausson alle tastiere e Michael Von Knorring alla batteria), il Nostro inaugurava la decade novanta del secolo scorso con un album, „Eclipse“ (1990), sicuramente interessante (azzeccatissime „Making Love“ e „Bedroom Eyes“) ma, probabilmente, eccessivamente „radio-firendly“. Le vendite negli Stati Uniti diedero esito insoddisfacente, mentre quelle registrate in Europa ed in Giappone è altamente possibile abbiano, in quel frangente, riportato il sorriso sul volto del „terribile svedese“. Con il successivo „Fire & Ice“ (1992) , il Nostro segnò un ulteriore e rimarchevole punto a proprio favore: innalzando il livello delle proprie composizioni, non intaccando il gradevole tasso di melodia fin a quel momento raggiunto ed innestandovi, però, corposi contributi di chiarissimo sapore neo-classico. Proprio come ai „vecchi tempi“.

Il risultato di siffato mix (basta ascoltare la splendida „Forever Is A Long Time“ per disporre di un mini-riassunto di tutto il disco) venne particolarmente aprezzato in Europa (disco d’oro) ed in Giappone, dove esordì al numero 1 („Ichi-Ban“) della classifica nazionale (disco di platino). Concessasi una meritata pausa, Yngwie tornò in attività durante il mese di settembre del 1993 dopo aver, nuovamente, riassemblato la line-up della propria band ora composta da: Michael Vescera alla voce (ex-Loudness), Mike Terrana alla batteria (ex-Tony McAlpine Band), Mats Olausson alle tastiere e, soltanto in un secondo momento però, Barry Sparks al basso. Apparso sul mercato giapponese il 18 febbraio 1994, „The 7Th Sign“ , per il suo altissimo tasso di aggressiva epicità, venne subito paragonato a „Marching Out“ (ascoltare la furiosa „Never Die“ e la stra-classicheggiante tilte-track per credere) e, nonostante serie difficoltà negli Stati Uniti ed un apprezzabile, ma non certo enorme, riscontro in Europa, vendette, ancora una volta, benissimo nel Paese del Sol Levante. All’anno seguente va fatta risalire l’uscita del successivo, e non troppo ditsaccantesi da „The 7th...“ , „Magnum Opus“ (1995) al termine del cui tour promozionale, importante anche quello del 1994, Yngwie, con l’aiuto di „vecchie volpi“ quali, tra gli altri, Joe Lynn Turner, Jeff Scott Soto, Marcel Jacob e Mark Boals, cominciò a lavorare ad album di sole covers dedicato alle band ed ai singoli artisti solisti che il Nostro ha ritenuto, e tuttora ritiene, fondamentali per la proria crescita e per la propria maturazione musicale.

Arricchito anche dalla presenza dei fratelli Johansson, alla batteria ed alle tastiere, „Inspiration“ (1996) rende omaggio a nomi quali, ad esempio, Rainbow (splendida la riproposizione di „Gates Of Babylon“), Kansas (lo stesso dicasi per „Carry On...“) , Rush, Scorpions, Jimi Hendrix e Deep Purple (un pò troppo prolissa la riattualizzazione di „Child In Time“). Il successo dell’operazione fu tale che Malmsteen si vide „costretto“ ad assemblare l’ennesima „killer line-up“ (Mark Boals alla voce, Mats Olausson alle tastiere, Barry Dunaway al basso e l‘ ex-Ozzy Band, ex-Whitesnake ed ex-Pat Travers Band Tommy Aldridge alla batteria) per un fortunato tour che toccò Sud America, Stati Uniti, Giappone ed Europa. Dopo „l’intermezzo classico“ di „Concerto Suite For Electric Guitar And Orchestra in Eb Minor, Op.1“ , uscito nel 1998 e con il quale coronò il sogno di registrare composizioni da egli stesso ideate con l’aiuto di un‘ intera orchestra (in questo caso quella sinfonica di Praga), Yngwie si riffacciò sul mercato metal, sempre nel corso del medesimo anno, dando alle stampe uno dei migliori lavori della propria carriera: „Facing The Animal“ (1998). Aperto dalla schiacciasassi „Braveheart“ (lo „stacco“ centrale in stile irlandese-celtico e‘ però estremamente simile al tema portante di „Over The Hills And Far Away“ di Gary Moore) e positivamente corroborato da pezzi potenti ed ispirati come la title-track, „Sacrifice“ e „My Resurrection“, l’album fu seguito da un esteso tour mondiale culminato, in positivo, nell’uscita dello splendido doppio live „Yngwie Malmsteen LIVE!“ (1998), ed, in negativo, nella morte di Cozy Powell („drummer extraordinaire“, r.i.p.), rimasto vittima di uno stupido incidente stradale.

Ai primi del 1999, Malmsteen era già al lavoro per dare un seguito al fortunato „Facing...“ e, completatolo e fattolo uscire a settembre del medesimo anno, il Nostro si ripresentò al proprio pubblico in una forma esecutivamente smagliante per un disco, „Alchemy“ appunto (1999), pricipalmente strumentale e che, pur validamente orientato a reinverdire i fasti dello splendido esordio, risultò parzialmente penalizzato da una produzione non sufficientemente all’altezza, della quale si era occupato lo stesso funambolico axe-man. Il medesimo difetto è imputabile anche al successivo passo discografico di Yngwie, intitolato „War To End All Wars“ ed uscito nel corso del mese di novembre del 2000. Più cupo del solito e colmo di marcatissime influenze anni `70, l’album, pur non ispiratissimo, è pienamente in grado di colpire duro (ascoltare „Bad Reputation“ e „Crucify“ per credere) ma è altrettanto indubbiamente „castrato“ da un suono, a volte, anche piuttosto scadente.

Novità importanti, infine, attendono, durante questa seconda metà del 2002, tutti i non pochi Yngwie-maniacs sparsi per il globo terracqueo: il 16 settembre prossimo uscirà il nuovo capitolo della Malmsteen-saga (intitolato „Attack“ ed arricchito dalle presenze dell’ex-Rainbow Doogie White alla voce e dell‘ ex-Dream Theater Derek Sherinian alle tastiere), il 21 ottobre vedrà la luce il „Concerto Suite Live With The New Japan Philarmonic Orchestra“, mentre più in la’ nel tempo, ma sempre entro la fine di quest’anno, verranno ristampati, ad opera della label tedesca SPV, „Magnum Opus“, „The 7th Sign“ ed „Inspiration“. Non c’e‘ che dire: Yngwie rocks!



DISCOGRAFIA

1984- Rising Force- 1985- Marching Out- 1986- Trilogy- 1988- Odyssey-
1989-Trial By Fire- 1990-Eclipse- 1991-Collection- 1992-Fire And Ice-
1994-The Seventh Sign- 1995-Magnum Opus- 1996-Inspiration- 1998-Concerto Suite...
1998-Facing The Animal- 1998-Yngwie Malmsteen LIVE!- 1999-Alchemy- 2000-Best Of 1990/1999-
2000-War To End All Wars- 2002-Attack- 2002-Concerto Suite Live...  
 



Per ascoltare Malmsteen „altrove“

STEELER-STEELER-1983
ALCATRAZZ-NO PAROLE FROM ROCK’N’ROLL-1983
            -LIVE SENTENCE-1984
AAVV-HEAR’N’AID-1986
TONE NORUM-THIS TIME-1988
HUMAN CLAY (MARCEL JACOB+JEFF SCOTT SOTO)-HUMAN CLAY-1996
SAXON-THE EAGLE HAS LANDED PT. 2/LIVE-1996



Tributo a Malmsteen

„A GUITAR ODYSSEY: A TRIBUTE TO....“



Tributi ad altri artisti, e/o ad altre bands, ai quali Malmsteen ha partecipato

Deep Purple (1994)
Queen (1996)
Ronnie James Dio (1999)
Aerosmith (1999)
Van Halen (2000)
Ozzy Osbourne (2000)

 
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